Piret Raud. “Racconti un po’ balzani”

Il sindaco e il suo giardino delle sculture

Una città aveva un sindaco a cui piacevano tantissimo tutti i tipi di monumenti e statue. Nonostante tutta la città fosse già piena di monumenti di tutti i tipi, questo sindaco continuava a farne produrre sempre di più. Era molto divertente inaugurare le sculture appena fatte con una cerimonia, e dopo era divertente portare lì fiori e ghirlande e fare discorsi alla gente.

Alla fine non c’era neanche un posto nella città dove non fosse eretto un monumento o una scultura in onore di qualche illustre cittadino. Era rimasto solo un pezzettino di terra nella periferia della città, pieno di cespugli, dove nessuno andava quasi mai.  Bisognava quindi riempire al più presto con delle statue quest’area non utilizzata. Almeno così pensava il sindaco.

– Qui verrà un nuovo parco delle sculture – disse – e invitò un artista famoso dall’estero a creare il giardino. L’artista lavorò alcuni mesi con grande impegno, finchè arrivò il momento di inaugurare il giardino.

La cerimonia venne organizzata con grandissimo sfarzo. La banda  rimbombava e il sindaco fece il suo discorso. Alla fine arrivò il momento di dare un’occhiata alle sculture.

La prima scultura era un grande scatolone riempito di sabbia.

La seconda scultura era una molla sopra la quale c’era una sedia.

E poi ancora c’era una panca appesa a due fili.

C’era una scala a pioli piazzata sopra un piano inclinato di metallo liscio come uno specchio.

E altri simili aggeggi.

La gente era entusiasta. Era un vero capolavoro dell’arte! La mattina dopo tutti i giornali scrissero quanto era moderno e imponente il nuovo giardino delle sculture della città.

Solo i bambini capirono che cos’era veramente.

– Andiamo al nuovo campo giochi – dissero – e subito il giardino si riempì di bambini che si dondolavano, si arrampicavano e giocavano nello scatolone di sabbia.

A partire da quel giorno il sindaco non ordinò più nessun altro monumento.

– Ora ne abbiamo a sufficienza – disse, e andò a fare una scivolata sullo scivolo.

 

Il lavoro in TV della zia Maimu

La zia Maimu lavorava dentro un televisore come annunciatrice delle previsioni del tempo. Il suo lavoro consisteva nello star seduta dentro il televisore e raccontare che tempo faceva. Non era un lavoro molto interessante ma per fortuna la zia Maimu contemporaneamente poteva guardare attraverso lo schermo cosa stava facendo la famiglia a cui apparteneva il televisore dentro cui lei lavorava.

Nella famiglia c’erano mamma, papà e un figlio e non prestavano mai molta attenzione alla zia Maimu. Loro  vivevano tranquillamente la loro vita.

La mamma e il papà molto spesso discutevano e ogni tanto addirittura urlavano l’uno contro l’altro, dopodichè facevano sempre la pace e si baciavano. Il figlio era molto buono e non faceva mai capricci. Ogni giorno si sporcava molto i vestit,i ma la mamma non lo sgridava mai perchè aveva un detersivo buono, che puliva anche i vestiti più sporchi. In famiglia c’era anche un cane, ma lui non faceva altro che mangiare il suo cibo per cani.

Un giorno si verificò un guasto tecnico al lavoro della zia Maimu e la zia Maimu non riusciva più a vedere cosa faceva la famiglia. La tv faceva solo un sacco di righe ed emetteva strani ronzii.  La zia Maimu chiamò un tecnico. Lui girò bottoni e arrotolò i fili finchè di nuovo si potè vedere la famiglia.

– Bene, disse il tecnico alla zia Maimu. – E’ anche la mia serie preferita. Non salto mai una puntata. Guardo ogni giorno cosa fanno. Anche l’ultima volta c’era un gran litigio, chissà se oggi faranno pace?

La zia Maimu si girò verso il tecnico senza capire.

– Di che cosa stai parlando?

Ma il tecnico non fece caso alla domanda della zia Maimu. Indicò solo con il dito verso il bambino, che si era di nuovo sporcato la maglietta.

– Questa pubblicità del detersivo dice le bugie! esclamò l’uomo. – Mia moglie l’ha già provato e lava molto male!

Improvvisamente la zia Maimu capì di che cosa stava parlando. Non era lei dentro la tivu, ma la famiglia! E la famiglia non era un vera famiglia ma una famiglia dei telefilm, recitata da attori. Anche il bambino buono con la maglietta sporca non era un vero bambino, ma un bambino della pubblicità del detersivo, perchè i bambini veri fanno comunque ogni tanto i capricci. Anche il cane era un cane della pubblicità, ovvero il cane della pubblicità del cibo per cani. Solo la zia Maimu era una persona vera che però aveva guardato la tv troppo spesso e alla fine aveva confuso le cose.

– Ciò significa che non devo essere al lavoro adesso – pensò con soddisfazione la zia Maimu, e decise quindi di andare a fare due passi nel parco. Il fatto che facesse  bel tempo, l’annunciatrice Maimu lo sapeva con certezza.

 

Il cappello dell’elefante

L’elefante e il topolino erano grandi amici ed era quindi abbastanza naturale che l’elefante invitasse il topolino al suo compleanno. Il topolino pensò a lungo a cosa regalare all’elefante per un giorno così importante, finchè decise di fare un cappello di lana all’uncinetto per il suo amico. Perchè in ogni casa un cappello caldo deve esserci.

Il topolino lavorò intensamente un paio di giorni e quando alla fine il cappello fu pronto, a suo avviso era molto bello: a strisce, morbido, con un bel ponpon voluminoso. Un cappello così non poteva che piacere all’elefante. Quando l’elefante aprì il regalo, confermò:

– Che bel cappello!

Veramente l’elefante vedendo il cappello era un po’ deluso perchè per lui era senz’altro troppo piccolo. Il cappello andava bene per il topolino ma non per l’elefante. Ma non fece vedere la sua delusione perchè avrebbe potuto rattristare il topolino.

La festa di compleanno però era molto bella. Mangiarono la torta, ballarono e giocarono a mosca cieca. Purtroppo successe anche una cosa brutta: quando l’elefante faceva la mosca cieca, con gli occhi bendati, diede una botta contro l’armadio, e gli era quindi cresciuto un bernoccolo in testa.

Il giorno dopo, al momento di vestirsi per uscire, l’elefante scoprì che il bernoccolo era così grande che non stava dentro a nessun cappello. Non voleva uscire senza cappello perchè il bernoccolo era molto brutto da vedere e fuori faceva un po’ freddo. In un momento di disperazione, volle provare il cappello regalatogli dal topolino, e, pensate! andava benissimo, era proprio di misura! Non per coprire tutta la testa, ma per nascondere il bernoccolo.

L’elefante era molto felice e per un paio di giorni andò in giro con il cappello nuovo. Ora era diventato il suo cappello preferito. Quando il bernoccolo scomparve e il cappello così amato non stava più in testa, ma scivolava via e cadeva, si sentiva addirittura un po’ abbattuto.

Ma per fortuna il cappellino si poteva usare anche in altri modi. Per esempio, andava benissimo per riscaldare l’uovo sodo, ed è comunque un oggettino carino e funzionale.

Che bello avere gli amici che sanno esattamente cosa regalarti per il compleanno! pensò l’elefante con gioia.  Quando arrivò il compleanno del topolino anche lui fece un cappello all’uncinetto per lui. Il cappello fatto dall’elefante era molto grande, addirittura così grande che il topolino ci si trasferì dentro per viverci.

 

Il bebè vorace

C’era una volta un bebè che aveva un grandissimo appetito, fin troppo grande. Il bebè bevve un grande bottiglia di latte e mangiò una bella porzione di porridge di avena ma non gli bastò. Svuotò la scodella del cane e divorò i croccantini del gatto. Poi mangiò tutti i ciuffi di polvere sotto il letto e i bottoni della scatola di bottoni della mammina e il terriccio nei vasi di fiori della mammina.

Poi il bebè andò nel corridoio e mangiò le pantofole di papino, gli stivali da pescatore e l’ombrello che stava aperto all’angolo ad asciugare. Dopodichè uscì e aggredì il tappeto di erba che copriva la terra e lo rasò completamente. Buttò giù la cuccia del cane, lo scatolone di sabbia e il melo che stava più in là nel giardino.

Con la pancia gonfia di tutta questa roba si guardò in giro con interesse per veder cosa mangiare ancora e alla fine notò la casa dove viveva con la mammina e papino. Era una bella casetta con il tetto spiovente, con il nido delle cicogne sul camino.

Il bebè aprì la bocca più che poteva per mandare giù anche la casa quando la mammina venne correndo con il ciuccio in mano. La mammina diede il ciuccio al bebè. Il bebè non mangiò il ciuccio. Invece lo mise in bocca e cominciò a ciucciare finchè si addormentò dolcemente in braccio alla mammina.

 

Tradotto da Katrin Veiksaar e Patrizia Romagnoli